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IL RACCONTO DI BATTISTA ACTIS, UNO DEI TRENTASETTE UFFICIALI SUPERSTITI ALLA FUCILAZIONE PRESSO LA “CASETTA ROSSA” IN CEFALONIA.
Il 10 giugno 1940 io sono partito da Torino. Nonna Lina mi ha
accompagnato alla fermata del tram numero dieci e sono andato alla
caserma Montegrappa. Di lì siamo stati trasferiti a Chieri poi a
Mondovì: circa quattro mesi di esercitazioni e poi partenza per
l’Albania. Io appartenevo alla 121° compagnia marconisti. Tanti miei
colleghi avevano avuto l’esenzione dal richiamo perché non avevano
la qualifica di “radiotelegrafisti”: i “radiotelegrafisti” infatti erano considerati
indispensabili alla guerra.
Dopo lo sbarco a Durazzo mi sono trasferito a Tirana, dove c’era un
ufficio telegrafico militare. Conoscevo bene gli apparati celeri del telegrafo,
così sono stato adibito al servizio telegrafico celere tra l’Italia e
Brindisi. Ho abbandonato la mia compagnia e mi sono trasferito all’ufficio
telegrafico civile di Tirana. Intanto ero venuto a conoscenza di una
disposizione: chi apparteneva alle poste e telegrafi poteva fare domanda
di passaggio alla posta militare. A me conveniva fare questa domanda
perché al momento ero solo Caporal Maggiore, mentre sarei divenuto
Sottotente Ufficiale. Ora, a Tirana l’ufficio era tranquillo. Avevo la
mia brandina accanto all’ufficio e il governo albanese mi dava, ricordo,
500 Lek al mese, con i quali potevo comprarmi da mangiare.
Approvata la mia domanda sono stato nominato Sottotenente. Avrei
dovuto raggiungere prima Valona e poi Cefalonia. Così sono partito
da Tirana con mezzi di fortuna - un viaggio davvero pericoloso per
me che non so nemmeno nuotare! - alla volta di Atene. Perché Atene?
Perché lì c’era la mia compagnia di marconisti che doveva sbrigare le
pratiche. Ad Atene trovai al comando della compagnia un amico, un
mio compagno di scuola di Chivasso. Finalmente fui destinato direttamente
a Cefalonia. La cosa in realtà andò un po’ per le lunghe perché
i telegrafisti albanesi non volevano lasciarmi andare, dicendo che ero
indispensabile a Tirana. Ricordo ancora che a Tirana i telegrafi non
avevano apparato scrivente, avevano solo l’elettrocalamita. Io ero
bravo a ricevere ad udito, ma come lo sapevano fare gli albanesi…io
non ho mai visto nessuno!
Dunque sbarcai prima nell’isola di Santa Maura, stranamente soggetta
quasi ogni giorno a piccole scosse di terremoto, e poi a Cefalonia.
Era l’agosto del 1943.
Non mi posso lamentare delle prime settimane trascorse a Cefalonia.
Mi diedero una camera insieme al mio collega Ticò Calmo. Certo,
poco per volta sentivamo addensarsi le nubi della guerra….
Un giorno è venuto all’ufficio telegrafico uno strano personaggio: un
generale tedesco, un filatelico. Si è rivolto a noi per avere dei francobolli
e noi lo abbiamo servito gentilmente, come si faceva con tutti
del resto. Gli abbiamo fatto vedere questo, quell’altro…Se ne intendeva
di francobolli ed era contento della nostra disponibilità. Come per
una premonizione ci aveva detto che se avessimo avuto dei problemi
con i tedeschi di fare il suo nome. Io e il mio collega, figurati, avevamo
trent’anni…
«Chissà cosa vuole questo! Pensa un po’ che bisogno avremo di lui!»
pensammo. Ci disse il suo nome, nome tedesco che dimenticai dopo
cinque minuti!
L’otto settembre 1943 Calmo ed io abbiamo accompagnato il comandante
della posta militare numero due all’imbarco navi perché doveva
rientrare in Italia. Bisognava passare di fronte al comando tedesco
lungo un viale enorme, in Argostoli. Noi marciavamo sulla destra e
sulla sinistra c’era il comando tedesco. Il soldato di guardia, appena ci
vide da lontano, fece un saluto militare davvero impressionante, convinto.
«Guarda che saluto di’... Fossimo noi manco lo avremmo guardato
in faccia!» pensammo subito. Comunque siamo andati al porto e
poi siamo tornati indietro. Erano circa le diciotto. Tornando indietro
passammo di nuovo davanti al soldato tedesco. Nemmeno un saluto.
Pensai subito che doveva essere successo qualcosa. Non è possibile
che quello ci salutasse prima con tutti gli onori e ora…E quel qualcosa
era l’Armistizio Badoglio.
Come comportarsi con i tedeschi? Lì a Cefalonia c’erano pochi tedeschi,
mentre la nostra divisione era forte di undicimila unità.
Ovviamente i tedeschi con l’armistizio chiesero subito al Comando
Italiano di consegnare le armi. Ritenendoci noi italiani più forti nume-ricamente decidemmo di prendere tempo. Ci fu una discussione di
circa una settimana se cedere o non cedere le armi. Il generale
Gandin fece un referendum per sentire l’opinione dei soldati in proposito.
La nostra paura era che, cedendo le armi, saremmo stati alla
mercè dei tedeschi. Anch’io votai, come del resto tutti gli altri, per
non cedere le armi.
Io subito mi trasferii in un campo tattico al di fuori della città, con
caverne dove ci si poteva riparare.
I tedeschi avevano l’aviazione. Noi non avevamo nemmeno un aereo.
Qualche aereo inglese o americano prima veniva a girare sopra l’isola.
Da quel momento nessun aereo alleato si fece vedere e ci
lasciarono soli. Noi si sperava in un loro aiuto ma nessuno venne.
Sbarcò la divisone di Alpenjager, la più agguerrita, già famosa per la
sua crudeltà nei confronti dei vinti. In una settimana fummo sopraffatti.
Un giorno mi trovai con il generale Gandin sul monte Risocuzulo.
Mi diedero una rivoltella e mi condussero con loro sul monte. I tedeschi
ci precedettero nel lanciare l’offensiva prendendoci di sorpresa.
Io ero con il generale e con altri ufficiali. Tutti incitavano: «Vai a rincuorare
quel gruppo», «Coraggio, battersi per l’Italia!».
Ad un certo punto mi alzai e dissi: «Signor Generale, se stiamo qui
ancora un minuto ci faranno tutti prigionieri, perché i tedeschi sono
davanti a noi a cinquanta metri»
Lui ordinò la ritirata. Tutti corsero a montare sulle autocarrette. Gli
Stukas continuavano a volarci sopra come uccellacci. Cosa mi è preso
non lo so, ma non volli andare giù per la strada con le auto per paura
che ci bombardassero. Decisi di scappare a piedi da solo. I tedeschi
erano ovunque. Fui veloce come il vento, da un terrapieno all’altro,
finchè arrivai su una radura. Era tutto scoperto e gli aerei sorvolavano
l’isola. Allora strappai un cespuglio. Appena vedevo l’aereo mi coprivo
con il cespuglio. Così attraversai la zona. Ero solo ma ricordavo
che il nostro comando era vicino ad un torrentello. Scorsi il greto di
un torrente e pensai di seguirlo: fortunatamente arrivai al comando.
«Sei vivo, sei ancora qui? Ti avevamo dato per disperso!».
Una mattina mi sono recato con altri colleghi al Comando Tattico per
portare dei sacchi di posta. Appena arrivati al Comando un aereo ha
incominciato a sganciare delle bombe proprio in quella zona. Noi ci
siamo subito buttati per terra cercando di ripararci con i sacchi postali.
Fortunatamente sono stato colpito da una scheggia solamente ad un
braccio, ma il sacco era completamente perforato. Certo senza quella
protezione di fortuna sarei rimasto ferito molto più seriamente!
La guerra comunque non durò più a lungo. Non c’era niente da fare
se non cercare rifugio. Con gli Stukas non ci si poteva muovere. I
tedeschi continuavano a lanciare volantini con su scritto pressappoco:
“Arrendetevi o non rivedrete mai più la patria”.
E così i tedeschi hanno vinto. Ci hanno radunato tutti quanti e ci
hanno ufficialmente fatto consegnare le armi su un tavolo. Resa
incondizionata. Anche io ho consegnato la mia pistola. Poi ci hanno
fatto salire sulle autocarrette e ci hanno portato in città, ad Argostoli.
Era il 22 di settembre. Il giorno 23 è venuto il generale Gandin. Noi
eravamo radunati in un grosso stanzone del comando e Gandin ci ha
salutato uno per uno. Poi ci fu detto di preparare gli zaini. Il giorno
dopo avremmo dovuto presentarci ad un interrogatorio. Quella sera ci
siamo divisi un po’ di viveri, chi aveva del formaggio, chi un po’ di
frutta…convinti di andare prigionieri.
Il 24 mattina ci svegliarono presto: era ora di andare.
«Andiamo allora…ci faranno prigionieri…pazienza…».
Sono salito sulla prima autocarretta con lo stato maggiore della divisione.
Eravamo ammassati in quindici. C’erano anche il colonnello Fioretti,
il cappellano don Formato e l’interprete ufficiale della divisione.
Lungo la strada la popolazione locale gridava: “Scappate! Scappate
finchè potete!”. Noi pensavamo: «Cosa scappiamo? Dove scappiamo?
Perché dovremmo?».
Sapevano già gli abitanti di Cefalonia…Sapevano cosa sarebbe accaduto.
Ci portarono a punta San Teodoro, fuori città. Arrivò un soldato tedesco
ad aprire un grosso cancello di ferro. Poi si avvicinò all’interprete
e tentò di strappargli da tracolla una cartella con dei documenti. Lui si
oppose e il soldato gli gridò qualcosa che noi non capimmo, ma che
era più o meno: “Cosa te ne frega della tua cartella se tanto tra un po’
ti fuciliamo?”.
C’era una villetta rossa, la famosa “casetta rossa” e tutto intorno un
muro di cinta. Davanti al muro dieci soldati con la baionetta in
canna.
“Avanti quattro!” gridò uno di loro.
Fu lì che l’interprete ci tradusse la frase che il soldato all’ingresso gli
aveva detto.
«E fu lì che iniziò l’orribile carneficina dei nostri ragazzi, quattro
per volta, trucidati dai soldati tedeschi»
Io e il mio collega eravamo nella prima autocarretta, come ti ho detto.
Nel frattempo continuavano ad arrivare altre autocarrette e noi ci spostammo
in un angolo, in modo da essere sempre gli ultimi.
Intanto don Formato era riuscito ad avere una specie di tavolo con
un registro, dove chi voleva poteva lasciare le sue ultime volontà per
iscritto. Si potevano anche lasciare oggetti e orologi, che ovviamente i
tedeschi avrebbero preso. Il colonnello Fioretti prese il suo orologio
d’oro e lo buttò a terra, rompendolo, pur di non farlo avere ai tedeschi.
I primi uomini si lasciarono quasi trascinare, rassegnati. Noi potevamo
sentire le scariche, ma non vedere. Man mano che arrivavano le autocarrette
si ripeteva sempre la stessa scena.
“Ave Maria, Padre nostro, salvaci tu…”.
Io pensavo a che fine stavo facendo. Cosa c’entravo io in tutto quello?
Uno della posta…Pensavo fosse un tradimento da vigliacco mettersi a
protestare, spiegare che ero della posta…
Ricordo come se fosse oggi un capitano buttato per terra con la
immagine di Santa Rita da Cascia a implorare la grazia. “Chi si prenderà
cura dei miei figli?”. Niente. Lo hanno preso e trascinato via più
in fretta degli altri. E tutti noi guardavamo sgomenti.
Ad un certo punto arrivò la notizia che gli altoatesini avrebbero avuto
salva la vita.
Io intanto avevo scritto un biglietto per nonna Lina, salutandola e
dicendole di farsi una nuova vita senza di me. Scrissi anche il mio
nome e cognome e misi poi in tasca il biglietto, pensando che almeno
avrebbero saputo chi ero quando mi avrebbero riesumato. Nascosi la
fede in un calcinaccio del muro di cinta della villetta.
Ormai eravamo in pochi. Era circa mezzogiorno e l’ “operazione” andava avanti dalle sette del mattino.
Il mio collega di nome Calmo, che sapeva qualche parola di tedesco e
che era del Tarvisio, si informò se poteva essere messo con gli
Altoatesini. Il caporale che comandava la guardia si allontanò un
momento per informarsi da un tenente tedesco, seduto un po’
più in là con la testa tra le mani. Si vede che lo spettacolo non
andava bene neanche a lui.
A un certo punto dei soldati vennero verso di noi. Chiesi subito al
mio collega se aveva un pezzo di carta. “Facciamo finta di scrivere a
casa, così prendiamo tempo”
“Ma io ho già scritto” “ Ma anch’io ho scritto ma riscriviamolo, magari
accade qualcosa”
I soldati si avvicinarono e ci presero per il braccio per trascinarci via.
Io protestai e afferrai il braccio del mio amico che si stava facendo
trascinare via. Alla fine i soldati tedeschi se ne andarono a cercare altri
due. Così siamo ancora rimasti lì un attimo.
E’ bastato quell’attimo che è tornato il caporale di guardia dicendo a
Calmo che poteva andare con gli altoatesini.
Avesse il mio collega detto qualcosa, un saluto…Niente: scappò via
come se io non fossi esistito.
Mi ha preso una rabbia tale…Lo avevo praticamente trattenuto e salvato
e ora lui se ne andava.
«Se va lui vado anch’io. In fin dei conti siamo uguali!»
Ho attraversato il cordone di quelli che ci tenevano fermi lì e sono
andato dal tenente e ho cercato di spiegargli. Io ero della posta. Alla
posta c’era stato un generale tedesco che aveva detto di fare il suo
nome ci fossimo trovati in difficoltà…Il tenente non diceva una parola
finchè fece un gesto come dire: “Togliti dai piedi!”. Allora mi trovai in
mezzo tra quelli che dovevano fucilare e gli altoatesini. Decisi di
andare dalla parte degli altoatesini.
Lì c’era un sergente dell’esercito tedesco che parlava italiano,
Antonio Vaccina. Gli dissi: “Meno male che ci sei tu che parli italiano!
Cerca di spiegare al tenente che sono della posta…!”
”Di dove sei tu?”
”Sono di Torino”
”Ma no! E’ grave, è grave, è grave!”
Mi prese i documenti e li strappò. Poi mi strappò i gradi dalla divisa.
Intanto il caporale che faceva la guardia alle fucilazioni si era accorto
dei miei movimenti. Venne lì davanti a me e al sergente tedesco. Si
piantò lì davanti diritto, imponente, col petto in fuori.
“TU? TRENTO?”
Io sono rimasto zitto, chissà che faccia che avevo…Ho guardato negli
occhi il sergente tedesco. Lui rimase lì titubante un momento, poi disse:
”JA DAS IST AUS TRENTO” (“SI’, QUESTO E’ DI TRENTO”).
Il caporale rimase lì interdetto con un sorriso beffardo sulle labbra,
ma non ha potuto o voluto ribellarsi e se ne è andato. Per il momento
ero salvo.
Sono rimasto con gli altoatesini. Ma il problema era che io ero piccolissimo
di statura in confronto a tutti gli altri. Allora decisi di stare
seduto su un pietrone. Intanto le esecuzioni continuavano, finchè, ad
un certo punto, arrivò la notizia che era arrivata la grazia per i pochi
rimasti. Poi con una macchina da scrivere registrarono i nomi di chi
era rimasto e avrebbe avuto salva la vita.
“Silenzio! Avete salva la vita purchè combattiate con l’esercito
tedesco, contro i nemici della Germania nazista, sotto qualsiasi
grado. E ricordatevi: anche contro il governo Badoglio!
Accettate voi?”
Si sentii un brusio e un vociare di sconcerto.
Io non mi sono mosso dal mio pietrone. In quel momento non ho più
potuto trattenere le lacrime. Allora è arrivato il caporale di prima: “Su,
su! Coraggio! Siamo amici adesso”
Mi ha offerto una sigaretta. “Sì, sì”, risposi, ma non accettai la sigaretta.
Ormai era l’una del pomeriggio. Ci portarono poi via e, alla sera, ci
condussero al comando. Un maresciallo è arrivato con una damigiana
di vino per darci da bere. Io non ho bevuto.
Alcuni si lamentavano di aver perso coperte e vestiti. Il sergente tedesco
si è fermato e a gran voce ha detto: “Siate felici di essere vivi e
non pensate alla roba”.
E così siamo rimasti ancora a Cefalonia. Dormivano per terra in uno
stanzone. Io avevo raccolto una grossa foglia di palma e la usavo come
un materasso. La domenica le suore venivano e ci portavano in una
chiesetta vicina per la messa, aiutandoci anche con provviste e viveri.
Un giorno i tedeschi ci hanno fatto attraversare l’isola e ci hanno trasferito
a Samos, sul lato opposto, in previsione dell’imbarco. Le navi
attraccavano a Samos per non finire sulle mine. Molte erano già saltate
in aria. A Samos sono andato all’ufficio postale e mi hanno dato
una cameretta con altri. Una mattina mi sono seduto sui gradini di
una chiesetta a pensare. A un certo punto da una casa vicina uscì un
bambino, tutto timoroso. Venne verso di me piano piano. Aveva in
mano due fazzolettini, uno a destra e uno a sinistra. Me li porse: contenevano
delle mandorle e della farina di meliga.
Pensava non avessi da mangiare. Io non accettai e lo ringraziai. Ma
l’episodio mi fece felice.
Un giorno di ottobre ci imbarcarono sul ponte superiore di una nave.
Sulla stessa nave dovevano mettere dei prigionieri. Io stavo guardando
il molo. Un soldato tedesco arrivò davanti a questi prigionieri con
un pentolone fumante con una minestra. “Chi collabora con i tedeschi
venga dalla parte del bidone fumante, chi non aderisce dall’altro
lato!”. C’è stato un momento che i prigionieri erano disorientati. Poi
uno andò verso il bidone e tutti lo seguirono. Ora, questo solo per
dire che non si tratta della nostra volontà. A volte sei costretto a
fare quello che puoi e non quello che vuoi.
Comunque la nave è salpata. Siamo giunti a Patrasso dove ci hanno
aggregato ad una compagnia di camicie nere. Di lì ci hanno portati ad
Atene. Eravamo liberi di andare in giro, bastava tornare la sera. Ci
hanno messi addirittura all’Hotel Metropol. L’ufficiale tedesco aveva
un elenco in ordine alfabetico. Io ero il primo e mi diede la camera
numero uno, senza tenere conto dei gradi.
Entrai nella stanza: un lusso…! Era la camera di rappresentanza, con
un letto a baldacchino, un bagno di marmo, pareti di seta…Poi
comunque decisi con gli altri di lasciare il posto al colonnello, il più
vecchio e andai in una camerata. Al mattino venivano le cameriere e
molti colleghi fecero, diciamo così, amicizia con loro…!
Mangiavamo alla mensa degli ufficiali tedeschi.
All’arrivo dei prigionieri inglesi ho assistito a una scena terribile. Ero
nel viale principale di Atene. Un gruppo di prigionieri scortati da soldati
tedeschi andavano di corsa, con i tedeschi dietro. Chi si fermava
era fucilato…Pensai alla fine di essere ancora fortunato!
Finalmente organizzarono il rientro, ma non si sapeva bene come.
Abbiamo fatto un giro verso l’Europa dell’Est, siamo passati da
Belgrado, quindi siamo stati trasferiti a Munsingen, in bassa Baviera.
Lì hanno dato l’incarico ad un tedesco di dirigere lo smistamento
uomini.
Mi mandarono alla posta e fu lì che ritrovai il mio collega Ticò. In
ufficio c’erano due ragazze. Una sera ci hanno invitato a mangiare lo
strudel a casa loro…L’occasione c’era. Il mio amico era scapolo e si
buttò subito. Io non ho approfittato, anche se sarebbe stato facile.
Comunque avevo la mia camera con una stufa e un attendente.
Intanto avevo fatto amicizia con un professore molto colto, io in confronto
a lui non ero niente e lo rispettavo moltissimo.
Un mattino, dopo una notte di nevicata, stavo camminando in un sentiero
praticamente nascosto tra due muri di neve e ghiaccio. Dalla
parte contraria stava avanzando un giovane vestito da soldato nazista.
Davanti a me camminava invece Ticò. Appena lo vide Ticò si scansò
per lasciarlo passare.
Io non mi mossi. Mi venne una rabbia…«Sono qui che rischio la vita
per colpa dei tedeschi e questo marmocchio mi si para davanti?!». Lui
si parò davanti a me. Sono stato lì un momento poi gli ho mollato
due schiaffoni a mano piena.
«Mi sono rovinato» ho pensato.
Come per incanto, come nelle fiabe, da dietro questi mucchi di neve
si sono alzate tante teste di tedeschi e tutti mi hanno battuto le mani.
Fortunatamente non ci furono conseguenze. Il soldato si è preso i due
schiaffi e io non lo ho più visto.
Abbiamo passato l’inverno lì, poi siamo scesi in Italia a primavera con
le quattro divisioni.
Siamo stati un po’ in giro per l’Italia poi ci hanno portati a Caselle.
Con la ritirata dei tedeschi anche noi ci siamo ritirati. Se avessi voluto
disertare avrei potuto, me lo hanno anche proposto, ma non ho accettato.
Non ho accettato perché Lina e mio fratello lavoravano alle poste
e non volevo risultasse che avevo disertato. Anche per loro ci potevano
forse essere conseguenze.
Una mattina nonna Lina mi comunicò via telegrafo a Caselle che mio
papà mi avvisava di andare a casa subito. Doveva parlarmi. Allora mi
sono vestito in borghese e sono partito per Torino. Era la sera del 24
aprile. Il 25 aprile sappiamo cosa c’è stato. Io ero a casa. Non ho più
saputo niente invece di Ticò. Non è tornato a casa. Sono andato a cercarlo
al cimitero, ho cercato notizie…niente.
Tra l’altro proprio il 25 aprile cercai di avvisare Ticò di scappare.
Decisi di andare all’ufficio centrale delle poste. Lina non volle lasciar-mi andare da solo nonostante fosse incinta (nei mesi prima l’avevo
vista durante le licenze). Abbiamo fatto tutto corso Giulio Cesare con
le camicie nere in ritirata. Credo non ci abbiano sparato solo perché
hanno visto Lina incinta. All’ufficio andai dal direttore pregandolo che
mi lasciasse parlare con Caselle. Lui mi diede dell’incosciente a portare
in giro la moglie in quelle condizioni e non mi diede il permesso di
comunicare con Caselle. Tagliammo la corda e tornammo a casa.
Comunque Ticò è sparito. Gli ho anche scritto a casa dopo alcuni
mesi ma i parenti mi dissero che non ne avevano più saputo nulla.
Probabilmente fu ucciso dai partigiani, ma certo senza alcun motivo.
Dopo un mese circa dal 25 aprile hanno fatto l’epurazione ed è stato
riconosciuto che non avevo responsabilità nella mia vicenda. Così fui
assunto di nuovo alle poste.
E oggi sono ancora qui a raccontare questa storia a novanta
anni, pensando a quanto sia difficile fare questa traversata,
quella della vita intendo.
Ecco ora un breve racconto della vita di Battista Actis.
Battista Actis è nato a Verolengo (Torino) il 20 giugno 1913. Ha passato
la sua infanzia a Gaglianico, Biella, dove suo padre aveva affittato
la cascina “Pralino” dai conti Rosazza.
Intorno ai dieci anni si è trasferito a Torrazza Piemonte dove il padre
aveva fondato una società per la costruzione di mattoni, ma il periodo
di crisi economica ne decretò il fallimento.
Ha frequentato la quarta ginnasio a Chivasso, ma a causa del trasferimento
dell’istituto a Torino, ha rinunciato a proseguire gli studi.
Con la Licenza Media Inferiore ha partecipato ad un concorso indetto
dalle Poste e Telegrafi per essere assunto come “radiotelegrafista”. Ha
quindi imparato l’alfabeto Morse e gli apparati celeri Hugues e Baudot
(stampanti). Superato questo concorso è stato assunto a Torino alle
Poste, dove ha conosciuto Carolina Nicolotti, con la quale si è sposato
il 2 ottobre 1938.
“Io non avevo ancora la fidanzata. Una sera uscendo dall’ufficio ho
visto Carolina che prendeva il tram numero 10 in direzione Crocetta.
Io dovevo invece prendere il 10 in direzione opposta, Barriera di
Milano. Allora ho deciso di attraversare la strada e andare da lei.
«Dove va signorina?»
«Verso la Crocetta»
«Anche io» - dissi, ovviamente con una bugia! - «se vuole perché non ci
avviamo a piedi visto che il tram non arriva?»
E così abbiamo iniziato la nostra conoscenza”
Dopo esser stato dichiarato “rivedibile” per ben due volte per “insufficienza
toracica”, l’esercito lo ha chiamato nella 121° compagnia marconisti
nel 1940.
Il 5 luglio 1945 è nato il figlio Gianpiero, ora medico all’Ospedale
Oftalmico di Torino.
Battista Actis ha passato il resto della sua vita a Torino, trascorrendo
spesso i fine settimana in campagna, ad Azeglio, paese di origine di
Carolina.
Il 16 dicembre 1980 è nato suo nipote, Alessandro, ora studente di
Medicina.
Oggi ha novant’anni.
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